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martedì 14 giugno 2011

Incipit di ''L'amore non è il mio forte'' di Sarah Pekkanen

Buonasera Amici!!! Come state? Come vanno le vostre esistenze? Quest'oggi per concludere in bello la giornata volevamo lasciarvi l'incipit di un romanzo davvero frizzante, spiritoso e divertente che già precedentemente vi avevamo proposto a Cioccolibriamo! E abbiamo quasi terminato di leggere. Stiamo parlando di... ''L'amore non è il mio forte di Sarah Pekkanen'' ! Preparatevi a farvi contagiare dall'umorismo di Linds e dalla seducente bellezza di Alex, due gemelle che non potrebbero essere più diverse ed esplosive, le risate sono assicurate!
Però prima di tuffarci nelle avventure di queste due pazzerelle protagoniste prepariamo uno snack per fare una piccola pausa dopo... E sapete a cosa stavamo pensando? (no che non lo sapete, non ve l'abbiamo ancora detto, che intelligentone!) Pop Corn al miele!!! Avete capito bene, Pop Corn al miele, i preferiti dai protagonisti di questo libro, perciò affrettatevi ed aiutateci a preparare questa bizzarra delizia!


L'amore non è il mio forte
Appena aprii la pesante porta a vetri della Richards,
Dunne & Krantz mi accorsi che, nel lungo corridoio che
portava agli uffici dei dirigenti, c’era una luce accesa.
Non c’erano mai luci accese a quell’ora del mattino.
Affrettai il passo.
Avvicinandomi, mi resi conto che il bagliore proveniva
dal
concedermi un sonnellino e una doccia, ma avevo chiuso
la porta a chiave, ricontrollando due volte. Ora, però, là
dentro c’era qualcuno.
Mi misi a correre in preda al panico: avevo lasciato
il mio storyboard in bella vista? Possibile che qualcuno
stesse cercando di sabotare la campagna pubblicitaria su
cui avevo sudato sangue per settimane e da cui dipendeva
tutto il mio futuro?
Piombai dentro proprio mentre l’intruso allungava
una mano verso qualcosa sulla mia scrivania.
«Lindsey! Mi hai quasi fatto venire un colpo!» mi rimproverò
la mia assistente, Donna, bloccandosi nell’atto di
posare un caffè fumante.
«Oddio, scusa» mormorai, prendendomi mentalmente
a schiaffi. Se mai fossi finita a cercare la mia anima
gemella in rete – cosa ormai sempre più probabile – nel
descrivere la mia personalità avrei dovuto barrare la ca
mio ufficio. Ero andata a casa verso le quattro per10
sella “schizzata e paranoica”. Meglio procurarsi una transenna
per tenere a distanza gli scapoli di New York.
«Non mi aspettavo di trovare qualcun altro in ufficio
a quest’ora» le spiegai, mentre il respiro si regolarizzava.
Promemoria: iscriversi in palestra. Uno scatto di neanche
venti metri non può lasciarti senza fiato. Chissà poi quante
volte ci sarei entrata in quella palestra, visto che erano
due anni che mi ripromettevo di fare l’iscrizione.
«Giornata importante, oggi» disse la mia assistente porgendomi
il caffè.
«Sei un tesoro.» Chiusi gli occhi irritati, ne bevvi un
sorso e sentii quel miracolo liquido scorrermi nelle vene.
«Ne avevo proprio bisogno. Non ho dormito granché.»
«E non hai nemmeno fatto colazione, vero?» chiese lei
con le mani sui fianchi. Se ne stava lì, in tutto il suo metro
e cinquanta, con l’aria di una candida nonnina brava a
ricamare centrini. Che però non avrebbe esitato a schizzare
su dalla sedia a dondolo per imbracciare un fucile a
canne mozze, se qualcuno la faceva arrabbiare.
«Mangerò di più a pranzo» risposi in maniera elusiva,
evitando il suo sguardo.
Dopo cinque anni non mi ero ancora abituata all’idea
di avere un’assistente, figuriamoci una che aveva trent’anni
più di me e guadagnava un terzo del mio stipendio.
Donna e io sapevamo che, tra le due, era lei a portare
i pantaloni, ma il segreto della nostra intesa era fingere
il contrario. Un po’ come i miei genitori: mamma si rimetteva
sempre all’autorità di papà, ma solo dopo averlo
subdolamente costretto a pensarla come lei.
«Vado a parlare con quelli del catering. Immagino di
non doverti passare nessuna telefonata stamattina.»
«Esatto, grazie. A meno che non si tratti di un’emergenza.
O di Walt, del reparto creativo: è fuori di sé per il
corpo del testo, e devo tranquillizzarlo. Oppure di Matt:
voglio rivedere di nuovo tutto con lui. E fammi pensare,
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chi altri... Ah, chiunque chiami dalla Gloss Cosmetics,
naturalmente. Oddio, saranno qui tra...» Guardai l’orologio
e mi si mozzò il respiro. «Due ore.»
«Aspetta un attimo, signorina» mi ordinò Donna con
l’inconfondibile tono di chi comanda. Andò alla sua scrivania
e tornò con un muffin ai mirtilli in un sacchettino
di carta e due pastiglie di analgesico.
«Sapevo che non avresti mangiato niente, così ne ho
preso uno in più. E... ti sta tornando il mal di testa, vero?»
«Sì, ma non è così forte» mentii. Allungai la mano per
prendere le pillole, sperando che Donna non si accorgesse
che mi ero mangiata le unghie. Di nuovo.
Quando finalmente chiuse la porta del mio ufficio,
sprofondai nella poltrona di pelle e bevvi un altro lungo
e gradevole sorso di caffè. La luce del primo mattino
che entrava dalle finestre alle mie spalle faceva brillare la
statuetta dorata dei Clio Awards sulla scrivania. Ci passai
sopra un dito perché mi portasse fortuna, come facevo
sempre prima di una presentazione.
La toccai di nuovo. Quel giorno non si trattava di una
presentazione come le altre; c’era in ballo molto più di
un contratto multimilionario. Se facevo il colpaccio, la
Gloss Cosmetics si sarebbe aggiunta alla lista dei nostri
clienti... Chiusi gli occhi. Meglio lasciare quel pensiero a
metà, non volevo portarmi sfortuna da sola.
Mi alzai di scatto e attraversai la stanza per guardare
ancora una volta le mie “creature”, un altro dei miei rituali
superstiziosi nelle giornate importanti. Avevo una
parete tappezzata di cornici nere, semplici ma costose,
ognuna con una pubblicità diversa: un papà in grembiule
rosso che cuoceva hot dog alla griglia; una coppia elegante
che affondava i piedi scalzi nel tappeto nuovo; una
giovane donna in carriera a bordo di un aereo, comodamente
distesa su una poltrona di prima classe. Con l’aria
beata
.
12
Sorrisi al ricordo di quella campagna. Mi ci erano voluti
due settimane e tre focus group per scegliere l’aggettivo
beata
poco l’intero affare non era andato a monte all’ultimo
secondo perché la modella prescelta aveva la stessa identica
pettinatura dell’ex moglie del cliente, proprietario di
una compagnia aerea, la quale lo aveva convinto dell’inutilità
di un contratto prematrimoniale in presenza di vero
amore. Se non avessi intravisto un barattolo di gel per
capelli da cinque dollari nella valigetta del truccatore,
e implorato il cliente di concederci altri trenta secondi,
l’agenzia avrebbe perso un contratto da due milioni di
dollari per colpa di un caschetto ad altezza mento. Che
i clienti fossero capricciosi era risaputo e, normalmente,
più erano ricchi, più erano strambi.
Quello che stavo per incontrare possedeva mezza
Manhattan.
Presi il bozzetto che il mio team creativo aveva preparato
per la Gloss e lo esaminai per la milionesima volta,
in cerca di difetti inesistenti. Avevo passato tre lunghe
settimane a morire su ogni singolo dettaglio di quella
campagna, ma per presentarla avrei avuto a disposizione
sì e no una decina di minuti di lì a... Guardai di nuovo
l’orologio: un altro tuffo al cuore.
Casmi e Rosbì :)


 
anziché serena. E, nonostante tutto questo, per 


giovedì 26 maggio 2011

Buonanotte d'autore ;)

Buonasera Ragazzi. Cavolini fritti, questa sera è proprio tardi. E pensare che stavamo preparando per voi una bella recensione, ma vista l'ora è impossibile concluderla e postarla ad un'orario decente. Vi prego scusate la nostra scarsa presenza sulla Casetta in questi. Casmi è tornata dalla Spagna ma i guai non sono finiti, anzi sono appena iniziati! La nostra donzellina si trova un po' in difficoltà con tutti gli argomenti affrontati nella settiamana di scuola durante la quale era assente da recuperare. Menomale che c'è Rosbì che la consola e che le sta vicino, Casmi non riuscirebbe a restire un solo istante senza di lei (come siamo mielose oggi *_* ma cosa volete ogni tanto ci vuole! u.u parentesi nella parentesi (basta con queste faccine, il nostro è un blog serio. Si certo come no! Huahuahauahauahauahau terza parentesi, record mondiale (risate generali). Ritornando a fare le persone serie (per modo di dire), questa sera per darvi la Buonanotte ricorriamo ad alcune delle citazioni più famose di Miguel De Cervantes, uno dei più importanti autori della letteratura spagnola, sul quale per altro Casmi, durante il suo soggiorno in Spagna, ha potuto ascoltare una lezione (rigorosamente in spagnolo!). Rilassatevi, leggete e godete delle semplici, talora secche, ma stupende e sincere parole di questo scrittore e poeta...

-La penna è la lingua dell'anima.

-Vivere significa: combattere in sé il fantasma di forze oscure, essere poeta: giudicare il proprio io.

-Ben è ragionevole e giusto che Amore venda a caro prezzo le sue glorie, poiché non ha il mondo miglior tesoro: ed è manifesto che tiensi a vile ciò che a vil pregio s'aquista.

-Chi ti vuol bene ti fa piangere.

-Un proverbio è una breve sentenza basata su una lunga esperienza.

-Dio benedica chi ha inventato il sonno, mantello che avvolge i pensieri di tutti gli uomini, cibo che soddisfa ogni fame, peso che equilibra le bilance e accomuna il mandriano al re, lo stolto al saggio.

-Amore e desiderio sono due cose distinte: non tutto ciò che si ama si desidera, né tutto ciò che si desidera si ama.

-La donna è di vetro, quindi non si deve far la prova se si possa rompere o no.

-Nessun limite eccetto il cielo.


Bonne Nuit Casmi e Rosbì ^^

domenica 15 maggio 2011

Letture pomeridiane con Casmi & Rosbì: ''1984, George Orwell''

Dopo aver passato un po' di tempo insieme alla nostra Rossana, Casmi e Rosbì si danno a qualcosa di più serio ed impegnato, la lettura. Si tratta di un libro letto un paio di estati fa che sicuramente tutti conoscerete, che forse avete letto o forse no. Vi lasciamo dunque l'incipit o per invogliarvi alla sua lettura o per rinfrescarvi la memoria, perchè credeteci, non ve ne pentirete! Il libro in questione è: 1984 di George Orwell!
<<Era una luminosa e fredda giornata d'aprile, e gli orologi battevano tre-dici colpi. Winston Smith, tentando di evitare le terribili raffiche di vento col mento affondato nel petto, scivolò in fretta dietro le porte di vetro degli Appartamenti Vittoria: non così in fretta, tuttavia, da impedire che una fo-lata di polvere sabbiosa entrasse con lui. L'ingresso emanava un lezzo di cavolo bollito e di vecchi e logori stoini. A una delle estremità era attaccato un manifesto a colori, troppo grande per poter essere messo all'interno. Vi era raffigurato solo un volto enorme, grande più di un metro, il volto di un uomo di circa quarantacinque anni, con folti baffi neri e lineamenti severi ma belli. Winston si diresse verso le scale. Tentare con l'ascensore, infatti, era inutile. Perfino nei giorni miglio-ri funzionava raramente e al momento, in ossequio alla campagna econo-mica in preparazione della Settimana dell'Odio, durante le ore diurne l'ero-gazione della corrente elettrica veniva interrotta. L'appartamento era al set-timo piano e Winston, che aveva trentanove anni e un'ulcera varicosa alla caviglia destra, procedeva lentamente, fermandosi di tanto in tanto a ri-prendere fiato. Su ogni pianerottolo, di fronte al pozzo dell'ascensore, il manifesto con quel volto enorme guardava dalla parete. Era uno di quei ri-tratti fatti in modo che, quando vi muovete, gli occhi vi seguono. IL GRANDE FRATELLO VI GUARDA, diceva la scritta in basso. All'interno dell'appartamento una voce pastosa leggeva un elenco di ci-fre che avevano qualcosa a che fare con la produzione di ghisa grezza. La voce proveniva da una placca di metallo oblunga, simile a uno specchio oscurato, incastrata nella parete di destra. Winston girò un interruttore e la voce si abbassò notevolmente, anche se le parole si potevano ancora di-stinguere. Il volume dell'apparecchio (si chiamava teleschermo) poteva es-sere abbassato, ma non vi era modo di spegnerlo. Winston si avvicinò alla finestra: era una figura minuscola, fragile, la magrezza del corpo appena accentuata dalla tuta azzurra che costituiva l'uniforme del Partito. Aveva i capelli biondi, il colorito del volto naturalmente sanguigno, la pelle resa ruvida dal sapone grezzo, dalle lamette smussate e dal freddo dell'inverno appena trascorso.  Fuori il mondo appariva freddo, perfino attraverso i vetri chiusi della fi-nestra. Giù in strada piccoli mulinelli di vento facevano roteare spirali di polvere e di carta straccia e, sebbene splendesse il sole e il cielo fosse di un azzurro vivo, sembrava che non vi fosse colore nelle cose, se si eccettuava-no i manifesti incollati per ogni dove. Il volto dai baffi neri guardava fisso da ogni cantone. Ve ne era uno proprio sulla facciata della casa di fronte. IL GRANDE FRATELLO VI GUARDA, diceva la scritta, mentre gli oc-chi scuri guardavano in fondo a quelli di Winston. Più giù, a livello di strada, un altro manifesto, strappato a uno degli angoli, sbatteva al vento con ritmo irregolare, coprendo e scoprendo un'unica parola: SOCING. In lontananza un elicottero volava a bassa quota sui, tetti, si librava un istante come un moscone, poi sfrecciava via disegnando una curva. Era la pattu-glia della polizia, che spiava nelle finestre della gente.>>

Speriamo che abbiate gradito questa, a nostro parere stupenda, lettura.
A presto Casmi & Rosbì.

giovedì 5 maggio 2011

"Letture pomeridiane con Casmi e Rosbì"

Oggi vi proponiamo l'incipit di un libro stupendo "Il ritratto di Dorian Grey", libro uscito dalla geniale mente di un personaggio che adoriamo tanto quanto ciò che scrisse, Oscar Wilde, buona lettura ^^ ...  

Lo studio era pervaso dall'odore intenso delle rose e, quando tra gli alberi del giardino spirava la leggera brezza estiva, dalla porta spalancata entrava l'intenso odore dei lillà, o il più delicato profumo dei fiori rosa dell'eglantina.
Dall'angolo del divano di coperte da sella persiane, sul quale era sdraiato, fumando com'era sua abitudine innumerevoli sigarette, Lord Henry Wotton coglieva lo splendore dei fiori di liburno del colore e della dolcezza del miele, i cui tremuli rami parevano appena sopportare il peso della loro fiammeggiante bellezza. Ogni tanto, l'ombra fantastica di un uccello in volo saettava, con un fuggevole effetto giapponese, sulle lunghe tende di seta grezza tese dinanzi all'enorme finestra ricordandogli quei pittori di Tokio dal viso di pallida giada che, con i mezzi di un'arte necessariamente immobile, cercano di rendere il senso della velocità e del moto. Il cupo ronzio delle api che vagavano tra le alte erbe non falciate o roteavano con monotona insistenza intorno agli stami coperti di polvere dorata degli sparsi caprifogli sembrava rendere ancora più opprimente la sensazione di immobilità. Il rombo sommesso della città di Londra ricordava le note basse di un organo lontano.
In mezzo alla stanza, fissato a un cavalletto, stava il ritratto a figura intera di un giovane di straordinaria bellezza e di fronte, poco lontano, sedeva l'autore, Basil Hallward, la cui improvvisa scomparsa alcuni anni prima aveva suscitato tanto scalpore e fatto sorgere tante strane congetture.
Mentre il pittore guardava la forma bella e piena di grazia che con tanta abilità artistica aveva raffigurato, un sorriso di compiacimento gli attraversò il volto e parve volervisi fermare. Ma, improvvisamente, si alzò e chiudendo gli occhi posò le dita sulle palpebre, come se volesse tener prigioniero nella mente uno strano sogno da cui temeva ridestarsi.
"È la tua opera migliore, Basil, la più bella cosa che hai mai fatto," disse languido Lord Henry. "Devi assolutamente esporla al Grosvenor. L'Accademia è troppo grande e troppo volgare. Ogni volta che ci sono andato c'era tanta di quella gente che non sono riuscito a vedere i quadri, il che è tremendo, oppure tanti di quei quadri che non sono riuscito a vedere la gente, il che è anche peggio. Davvero, il Grosvenor è l'unico posto possibile."
"Penso che non lo esporrò in nessun posto," rispose il pittore gettando all'indietro il capo in quello strano modo che provocava le risate dei suoi compagni di Oxford. "No, non lo esporrò in nessun posto."
Lord Henry inarcò le sopracciglia e lo guardò stupito attraverso le sottili spire di fumo che salivano in fantastici arabeschi dalla sigaretta grevemente oppiata. "Non vuoi esporlo? Perché, mio caro amico? C'è qualche motivo? Che strani tipi siete, voi pittori! Fate qualunque cosa per ottenere una reputazione, poi non appena l'avete raggiunta pare che la vogliate gettare via. È una sciocchezza, perché al mondo c'è una sola cosa peggiore del far parlare di sé ed è il non far parlare di sé. Un ritratto come questo ti porrebbe più in alto di tutti i giovani inglesi e ti farebbe invidiare dai vecchi, posto che i vecchi siano in grado di provare emozioni."
"So che riderai di me," rispose il pittore, "ma non posso davvero esporlo. Vi ho messo dentro troppo di me."
Lord Henry si allungò sul divano ridendo.
"Sì, sapevo che avresti riso; comunque è proprio vero."
"Troppo di te! Parola mia, Basil, non ti credevo così vanitoso; e non riesco proprio a trovare nessuna rassomiglianza tra te, con quel tuo viso forte e marcato e i capelli neri come il carbone, e questo giovane Adone che pare fatto di avorio e petali di rosa. Infatti, mio caro Basil, lui è un Narciso e tu... ecco, naturalmente hai un'espressione intelligente e tutto il resto, ma la bellezza, la vera bellezza, finisce dove inizia l'espressione intelligente. L'intelletto è di per se stesso una sorta di eccesso e in qualunque volto distrugge l'armonia. Non appena uno comincia a pensare, diventa tutto naso o tutta fronte, oppure qualcosa di orrendo. Guarda quelli che hanno avuto successo nelle professioni intellettuali. Sono assolutamente disgustosi. Eccetto, naturalmente, gli uomini di chiesa. Ma, del resto, gli uomini di chiesa non pensano. A ottant'anni un vescovo continua a ripetere quello che gli è stato insegnato a diciotto e, come naturale conseguenza, ha sempre un aspetto delizioso. Questo tuo misterioso amico di cui non mi hai mai detto il nome, ma il cui ritratto trovo davvero affascinante, non pensa mai. Ne sono assolutamente sicuro. È una creatura bella e priva di cervello, una creatura che si dovrebbe avere sempre vicina d'inverno, quando non ci sono fiori da ammirare e d'estate, quando si sente il bisogno di qualcosa che rinfreschi l'intelligenza. Non illuderti, Basil, non gli assomigli minimamente."
"Non mi hai capito, Harry," replicò l'artista. "Naturalmente non gli assomiglio. Lo so perfettamente. In realtà mi dispiacerebbe assomigliargli. Scuoti le spalle? No, dico la verità. In ogni genere di distinzione, sia intellettuale che fisica, c'è una fatalità, quel genere di fatalità che, nella storia, pare in agguato sui passi incerti dei re. È meglio non essere diversi dal nostro prossimo. I brutti e gli stupidi hanno la parte migliore del mondo. Possono mettersi seduti a loro agio e godersi lo spettacolo. Se della vittoria non sanno nulla, gli viene perlomeno risparmiata la consapevolezza della sconfitta. Vivono come tutti dovremmo vivere: senza turbamenti, indifferenti e senza preoccupazioni. Non fanno male agli altri e non ricevono male da mani altrui. La tua nobiltà e la tua ricchezza, Harry, la mia intelligenza, per quel che può essere, la mia arte per quel che può valere, la bellezza di Dorian Gray: tutti soffriremo di ciò che gli dei ci hanno donato, ne soffriremo terribilmente tutti."
"Dorian Gray? Si chiama così?" domandò Lord Henry, muovendosi verso Basil Hallward.
"Sì, si chiama così. Non volevo dirtelo."
"Perché no?"
"Oh, non saprei spiegartelo. Quando una persona mi piace moltissimo, non dico mai a nessuno il suo nome. È come cederne una parte. Sono giunto ad amare la segretezza. Pare essere l'unica cosa che può renderci piena di meraviglia e di mistero la vita moderna. Basta nasconderla, e la più banale delle cose diventa deliziosa. Quando parto da Londra, non dico mai ai miei dove vado. Se lo dicessi, perderei ogni piacere. È una stupida abitudine, certo, ma in un certo qual modo pare che porti una grossa dose di romanticismo nella nostra vita. Immagino che mi riterrai tremendamente stupido."
"Niente affatto," rispose Lord Henry, "niente affatto. Forse dimentichi che sono sposato e l'unico elemento di fascino del matrimonio sta nella necessità di una vita di inganni tra i coniugi. Io non so mai dov'è mia moglie e lei non sa mai che cosa sto facendo. Quando ci incontriamo, succede qualche volta, se usciamo insieme a cena o andiamo dal duca, ci raccontiamo con l'espressione più seria le cose più assurde. In questo mia moglie è molto brava, molto più brava di me. Non confonde mai i suoi appuntamenti, mentre a me capita regolarmente. Ma quando mi coglie in fallo, non mi fa scenate. A volte vorrei che me le facesse, ma lei si limita a prendermi in giro."
"Non sopporto il modo che hai di parlare della tua vita matrimoniale, Harry," disse Basil Hallward, dirigendosi verso la porta che dava sul giardino. "Ritengo che tu sia un ottimo marito, ma che ti vergogni moltissimo delle tue virtù. Sei un tipo straordinario. Non dici mai una sola parola morale e non fai mai una cosa sbagliata. Il tuo cinismo è semplicemente una posa."
"La naturalezza è semplicemente una posa, e la più irritante che conosca," esclamò Lord Henry ridendo. I due uomini uscirono insieme nel giardino e si accomodarono su un lungo sedile di bambù all'ombra di un alto cespuglio di alloro. Il sole scivolava sulle foglie lucide, bianche margherite fremevano nell'erba.
Dopo una pausa, Lord Henry estrasse l'orologio. "Mi dispiace, Basil, ma devo andare," mormorò, "e prima di andarmene vorrei che tu rispondessi a una domanda che ti ho fatto poco fa."
"Quale domanda?" domandò il pittore, tenendo gli occhi fissi a terra.
"Lo sai benissimo."
"Non lo so, Harry."
"Bene, te la ripeterò. Voglio che tu mi spieghi perché non vuoi esporre il ritratto di Dorian Gray. Voglio sapere il vero motivo."
"Te l'ho detto."
"No. Hai detto che non volevi, perché in esso c'era troppo di te. Ora, questo è infantile."
"Harry," disse Basil Hallward, guardandolo negli occhi, "ogni ritratto dipinto con sentimento è un ritratto dell'artista, non del modello. Il modello è solamente un accidente, l'occasione. Non è lui quello che viene rivelato dal pittore; è piuttosto il pittore che sulla tela dipinta rivela se stesso. Il motivo per cui non esporrò questo quadro è che ho il timore di avervi messo in evidenza il segreto della mia anima."
Lord Henry rise. "E qual è questo segreto?"
"Te lo dirò," disse Hallward, ma sul viso gli apparve un'espressione perplessa.
"Sono impaziente, Basil," insistette l'amico lanciandogli un'occhiata.
"Oh, c'è davvero molto poco da dire, Harry," rispose il pittore, "e temo che ti sarà difficile capirlo. Forse non lo crederai nemmeno."
Lord Henry sorrise, si chinò a raccogliere nell'erba una margherita dai petali rosati e la esaminò. "Sono sicuro che ti capirò," replicò fissando attentamente il minuscolo disco d'oro piumato di bianco, "e per quanto riguarda il credere, posso credere a qualunque cosa purché sia del tutto incredibile."
Il vento fece cadere alcuni boccioli dagli alberi e i pesanti lillà con i loro grappoli di stelle oscillarono nell'aria languida. Accanto al muro una cavalletta cominciò a emettere il suo lieve stridio e una lunga e sottile libellula fluttuò nell'aria come un filo azzurro sulle ali di seta bruna. Lord Henry aveva l'impressione di percepire il palpito del cuore di Basil Hallward. Si chiese che cosa stesse avvenendo.
"La storia è semplicemente questa," disse il pittore dopo qualche attimo. "Due mesi fa andai a un ricevimento da Lady Brandon. Sai che noi poveri artisti di tanto in tanto ci dobbiamo far vedere in società, solo per ricordare al pubblico che non siamo selvaggi. Sei stato tu una volta a dirmi che, con un abito da sera e una cravatta bianca, chiunque, persino un agente di cambio, può guadagnarsi la reputazione di creatura civile. Bene, mi trovavo nella stanza da una decina di minuti e stavo parlando con enormi matrone troppo vestite e con noiosi accademici, quando improvvisamente mi resi conto che qualcuno mi stava guardando. Mi girai a metà e per la prima volta vidi Dorian Gray. Quando i nostri occhi si incontrarono mi sentii impallidire. Fui preso da una strana sensazione di terrore. Mi rendevo conto di trovarmi di fronte a un uomo il cui semplice fascino personale era tale che, se mi fossi lasciato andare, se glielo avessi permesso, avrebbe assorbito in sé la mia vera natura, la mia vera anima, persino la mia arte. Non voglio influenze esterne nella mia vita. Tu stesso, Harry, sai quanto io sia indipendente di natura. Sono sempre stato padrone di me stesso o almeno lo sono stato finché non ho incontrato Dorian Gray. Allora... ma non so come spiegartelo. Qualcosa pareva dirmi che ero sull'orlo di una terribile crisi. Avevo la strana sensazione che il destino avesse in serbo per me gioie squisite e squisite tristezze. Ebbi paura e mi voltai per lasciare la stanza. Non era la coscienza che mi spingeva a farlo, quanto piuttosto una sorta di viltà. Non mi vanto di aver cercato di fuggire."
"La coscienza e la viltà sono esattamente la stessa cosa, Basil. La coscienza è semplicemente il marchio di fabbrica della ditta: tutto qui."


e per salutarvi una piccola citazione manga che non centra assolutamente nulla però vabbè fa niente...
 "La cosa importante è che,qualsiasi strada si scelga...questa scelta non sia una scusa" (prof.Hanamoto-Honey and Clover)

Buona giornata e buan lettura da Casmi e Rosbì

mercoledì 6 aprile 2011

Cioccolibriamo 6 !

Ri-buon pomeriggio Ragazzi! Oggi è mercoledì e come ormai di consueto, ecco che arriva il nostro appuntamente settimanale con la rubbrica Cioccolibriamo ! Grazie alla quale scopriamo e riscopriamo insieme, di fronte (cambiamo versione) ad una fresca bibita, novità editoriali o vecchi classici quasi sepolti dalla polvere. Questa settimana vogliamo proporvi la lettura di due libri appartenenti alla seconda categoria, quella dei classici. In particolar modo vogliamo consigliarvi un libro che abbiamo letto e un altro che attende in cima alla nostra libreria: '' La tempesta '' di William Shakespeaere e '' Casa di bambola '' di Henrik Ibsen

E solo per voi oggi, questa fantastica granita, preparata con le nostre manine!
Bevete un sorso e poi date un'occhiata a quello che vogliamo mostrarvi...

Autore: William Shakeapeare
Editore: Newton Cmpton
Prezzo: 6.00 euro
Generi: Musica e spettacolo, Teatro
Romanzi e Letterature, Teatro straniero

Breve Sunto: Prospero, duca di Milano, appassionato di magia, viene spodestato dal fratello Antonio. Con la figlia Miranda si rifugia nell'isola abitata da Calibano e da alcuni spiriti, tra cui Ariele. Prospero riduce tutti al suo sevizio. Dopo dodici anni, grazie alla magia, fa naufragrare la nave che traporta il re di Napoli, Alonso, il figlio Ferdinando, il seguito e Antonio, suo fratello. Ferdinando incontra Miranda e se ne innamora, dominato da un incantesimo. Ariele intanto terrorizza il re Alonso e Antonio e li costringe al pentimento. Propero libera Ferdinando dall'incantesimo e gli dà in sposa la figlia e perdona il fratello purché gli restituisca il ducato. Dopo aver rinunciato alla magia salpa per l'Italia, lasciando Calibano padrone dell'isola.

Autore: Henrik Ibsen
Prezzo: 8.50 euro
Pagine: 192
Lingua: Italiano
Editore: Mondadori
Generi: Musica e spettacolo, Teatro
Romanzi e Letterature, Teatro straniero

Breve Sunto: Per curare il marito, Nora in passato si è indebitata con un certo Krogstad. Per anni ha lavorato per pagare il debito, senza riuscire a liberarsene. Krogstad, che lavora nella banca di cui il marito di Nora è direttore, ricatta la donna perché gli ottenga una promozione. Quando il marito, che per altri motivi lo vorrebbe licenziare, viene a sapere tutto, si preoccupa solo della sua reputazione e rimprovera aspramente la moglie. La meschinità dell'uomo porta Nora a decidere di allontanarsi, per riflettere da sola su se stessa.

Speriamo che anche questa settimana le nostre proposte vi siano interessate, a più tardi Casmi & Rosbì :)

lunedì 28 marzo 2011

Letture pomeridiane: L'incipit di Marina di Carlos Ruiz Zafon

Salve Ragazzi? Come state? Cosa combinate di bello ultimamente? Oggi della serie, letture pomeridiane, vi proponiamo l'incipit del romanzo "Marina" di Carlos Ruiz Zafon di cui abbiamo già fatto una recensione qui che speriamo vi sia piaciuta ^^ Ma giacchè Rosbì adora questo libro e la povera Casmi le dà retta, vi incoraggiamo ancora una volta a leggerlo...
Una volta Marina mi disse che ricordiamo solo quello che non è mai accaduto. Sarebbe
trascorsa un'infinità di tempo prima che potessi comprendere quelle parole. Ma è meglio che
cominci dall'inizio, che in questo caso è la fine.
Nel maggio del 1980 sparii dal mondo per una settimana. Per sette giorni e sette notti nessuno
seppe dov'ero finito. Amici, colleghi, insegnanti e persino la polizia si lanciarono alla ricerca di
quel fuggiasco che alcuni credevano già morto, o smarrito nelle strade malfamate della città in
preda a un attacco di amnesia.
Una settimana più tardi, un poliziotto in borghese credette di riconoscere quel ragazzo; la
descrizione coincideva.
Il sospetto vagava per la stazione Francia come un'anima in pena in una cattedrale
fatta di nebbia e di ferro. L'agente mi si avvicinò con aria da romanzo poliziesco. Mi chiese se
mi chiamavo Óscar Drai e se ero io il ragazzo scomparso senza lasciare tracce dal collegio in
cui studiava. Annuii senza dire una parola. Ricordo solo il riflesso della volta della stazione sulle
lenti dei suoi occhiali.
Ci sedemmo su una panchina lungo i binari. Il poliziotto si
accese con calma una sigaretta e la lasciò bruciare senza portarsela alle labbra. Mi disse che
c'era un mucchio di gente che mi stava aspettando per farmi un sacco di domande, per le quali
mi conveniva avere buone risposte. Annuii di nuovo. Mi fissò negli occhi, studiandomi. «A volte
dire la verità non è una buona idea, Óscar.» Mi allungò qualche moneta e mi invitò a chiamare il
mio tutore in collegio. Lo feci. Il poliziotto aspettò che finissi la telefonata, poi mi diede i soldi per
un taxi e mi augurò buona fortuna. Gli domandai come faceva a sapere che non sarei sparito
ancora. Mi guardò a lungo. «Scompare solo la gente che ha qualche posto dove andare»
rispose secco. Mi accompagnò fuori e mi salutò, senza neppure chiedermi dov'ero stato. Lo vidi
allontanarsi lungo il Paseo Colón. Il fumo della sigaretta, intonsa, lo seguiva come un cane
fedele.
Quel giorno il fantasma di Gaudí aveva scolpito nel
cielo di Barcellona delle nubi impossibili su uno sfondo azzurro che accecava lo sguardo. Presi
un taxi fino al collegio, dove immaginavo mi attendesse un plotone d'esecuzione.
Per quasi un mese gli insegnanti e gli psicologi della scuola mi martellarono di domande per
farmi rivelare il mio segreto. Mentii a tutti, raccontando a ciascuno quello che voleva sentire o
che poteva accettare. Con il tempo, tutti si sforzarono di fingere di aver dimenticato
quell'episodio. Io seguii il loro esempio. Non ho mai rivelato a nessuno quello che era successo
davvero.
Non sapevo ancora che, prima o poi, l'oceano del tempo ci restituisce i ricordi che vi
seppelliamo. Quindici anni più tardi, mi è tornato alla mente quel giorno. Ho visto quel ragazzo
girovagare nella bruma della stazione Francia e il nome di Marina si è infiammato di nuovo
come una ferita recente.

Tutti custodiamo un segreto chiuso a chiave nella soffitta dell'anima. Questo è il mio.
1.   Alla fine degli anni Settanta Barcellona era un'illusione di vicoli e viali  in cui si poteva
viaggiare a ritroso nel tempo di trenta o quarant'anni semplicemente oltrepassando la soglia di
una portineria o di un caffè. Il tempo e la memoria, la storia e la finzione, si fondevano in quella città stregata come acquerelli sotto la pioggia. Fu lì, tra quelle strade ormai scomparse, che
cattedrali e palazzi usciti da un libro di fiabe architettarono lo scenario di questa storia.
All'epoca ero un quindicenne che ammuffiva tra i muri di un collegio con il nome di un santo alle
falde della collina di Vallvidrera. In quei giorni il quartiere di Sarriá aveva ancora l'aspetto di un
paesino arenato sulle rive di una metropoli modernista. Il collegio sorgeva in cima a una strada
che si inerpicava dal Paseo de la Bonanova. La sua monumentale facciata faceva pensare più
a un castello che a una scuola. La spigolosa sagoma color argilla era un rompicapo di torri,
archi e ali tenebrose. Il collegio era circondato da una cittadella di giardini, fontane, stagni paludosi, cortili e
boschi di pini incantati. Tutt'intorno, cupi edifici ospitavano piscine velate da vapori spettrali,
palestre stregate dal silenzio e lugubri cappelle in cui le immagini dei santi sorridevano al
riflesso dei ceri. Il collegio aveva quattro piani, senza contare le due cantine e una mansarda di
clausura in cui alloggiavano i pochi sacerdoti che ancora insegnavano. Le stanze dei convittori
si affacciavano sui cavernosi corridoi del quarto piano, perennemente sprofondati nella
penombra e avvolti da echi spettrali.
Passavo i giorni a sognare a occhi aperti nelle
aule di quell'immenso castello, in attesa del miracolo che si ripeteva ogni giorno alle cinque e
venti del pomeriggio. A quella magica ora il sole rivestiva di oro liquido le alte vetrate. Suonava
la campanella che annunciava la fine delle lezioni e noi interni avevamo quasi tre ore di libertà
prima della cena nel grande refettorio. In teoria, avremmo dovuto destinare quel tempo allo
studio e alla riflessione spirituale. Non ricordo di avere mai dedicato a queste nobili attività un
solo giorno di quelli passati in collegio.
Era il
momento che preferivo. Eludendo il controllo del portiere, uscivo a esplorare la città. Presi
l'abitudine di rientrare in collegio giusto in tempo per la cena, camminando per strade e viali
mentre tutt'intorno a me calava l'oscurità. Quelle lunghe passeggiate mi davano un'inebriante
sensazione di libertà. La mia immaginazione volava al di sopra dei palazzi e toccava il cielo. Per
qualche ora le strade di Barcellona, il collegio e la lugubre stanza al quarto piano scomparivano.
Per qualche ora, con in tasca soltanto un paio di monete, mi sentivo l'individuo più fortunato
dell'universo.
Spesso il mio girovagare mi portava dalle parti del deserto di Sarriá, nient'altro che una specie
di bosco sperso in terra di nessuno. La maggior parte delle antiche residenze signorili che un
tempo avevano punteggiato il tratto settentrionale del Paseo de la Bonanova era ancora in
piedi, anche se quasi in rovina. Le strade attorno al collegio tracciavano i contorni di una città
fantasma. Muri ricoperti d'edera impedivano l'accesso a giardini selvatici in cui s'innalzavano
ville monumentali. Palazzi invasi dalle erbacce e dall'abbandono, su cui la memoria sembrava
galleggiare come nebbia che non vuole dissiparsi. Parecchie di queste ville attendevano solo di
essere demolite e altrettante erano state saccheggiate nel corso degli anni. Alcune, tuttavia,
erano ancora abitate.loro occupanti erano i discendenti dimenticati di stirpi decadute. Famiglie i cui nomi
comparivano sulle prime pagine di &quot;La Vanguardia&quot; quando i tram suscitavano
ancora la diffidenza delle invenzioni moderne. Ostaggi del loro passato moribondo che si
rifiutavano di abbandonare le navi alla deriva. Temevano che, se avessero osato mettere piede
oltre i confini delle loro cadenti proprietà, i loro corpi si sarebbero dissolti come cenere al vento.
Come prigionieri, languivano alla luce dei candelabri. A volte, quando passavo in fretta davanti
a quelle cancellate arrugginite, mi sembrava di cogliere sguardi sospettosi dietro le imposte
scolorite.
Un pomeriggio, verso la fine di settembre del 1979, decisi di avventurarmi a casaccio per uno di
quei viali disseminati di ville moderniste, del quale fino ad allora non mi ero accorto. La strada
descriveva una curva che terminava davanti a una cancellata simile a molte altre, oltre la quale
si scorgevano i resti di un vecchio giardino segnato da decenni di abbandono. Tra la
vegetazione si notava la sagoma di una villa a due piani. La sua cupa facciata si ergeva dietro
una fontana decorata con statue che il tempo aveva rivestito di muschio...


E voi di questo libro cosa ne pensate?
Casmi & Rosbì :)

martedì 15 marzo 2011

Dalla libreria di Casmi & Rosbì: Recensione di "Madame Bovary"

Direttamente dalla Libreria di Casmi & Rosbì la recensione di ''Madame Bovary'' di Gustave Flaubert... :)


Autore: Gustave Flaubert.
Anno della prima pubblicazione originale: 1856.
Genere: Romanzo.
Lingua originale: Francese.


Breve Sunto: Figlia di un proprietario terriero, Emma aspira a una vita di passione e di lussi. Così sposa Charles Bovary, medico condotto a Tostes, ma delusa e depressa dalla vita, si trasferisce a Yonville. L’umore di Emma non cambia, nemmeno con la nascita di una figlia. Si lascia allora corteggiare da Léon Depuis praticante notaio, ma è dopo la partenza del giovane, che Emma incontra Rodolphe Boulanger, e si abbandona all’adulterio. Il fallimento di un’operazione compiuta da Charles, porta al limite il suo disprezzo per il marito. Cerca allora di fuggire con l’amante, che, però, l’abbandona. Disperata, si consola allora con Léon, incontrato per caso. Questa relazione la spinge a contrarre debiti, e oppressa da quest’ultimi, Emma si suicida. Charles dopo aver perdonato Emma, muore di dolore.

Personaggi principali: Emma Bovary e Charles Bovary

Descrizione: Madame Bovary è forse uno dei più interessanti personaggi di tutto il panorama letterario degli ultimi 200 anni; riesce a raccogliere in se stessa, tutti gli innumerevoli difetti dell’animo umano, ma anche tutta la sua sensibilità, la sua incredibile ed in quantificabile voluttà e boriosità. E forte, ma è debole, triste ma felice, preda e cacciatrice ma insieme inqualificabilmente sola. Ha tanto da dire, mille pagine che scorrono veloci nel suo cuore; ma non sa leggerle, non sa come cacciarle fuori, come urlarle al mondo. In parte, è però, anche il suo tempo ad impedirle di farlo; l’ottocento è il secolo dell’amore, in cui però vigono le rigide regole della società. E in un certo senso Emma è una perenne adolescente che sogna quell’amore eterno, notoriamente irraggiungibile, inseguendo l’amore insegue implicitamente quella felicità che l’uomo stesso insegue da ormai troppo tempo, ma se la vera felicità consistesse nel cercarla? Il grande errore di Emma è questo, non porsi delle domande, ma cercare solamente le risposte. Vuole trovare la felicità nelle cose materiali e arriva persino ad indebitarsi in modo irreparabile, ancora la cerca nelle passioni struggenti che ricordano, per l’appunto, la sua gioventù la sua gioventù in collegio, le storie d’amore di cui leggeva con il cosi detto “ e vissero tutti felici e contenti” ed è proprio il lieto fine quello che cerca questa donna mai cresciuta o forse cresciuta troppo in fretta e che per questo ha perso troppe tappe. Una donna che dato e continuerà a dare, molto a chiunque avrà il piacere di leggere le sue confuse gesta senza giudicarla cattiva, depressa e magari anche schizofrenica, ma anzi, capace di comprendere il suo amore per l’amore stesso, il suo odio incomprensibile per l’amore. Infatti odia l’amore che Charles le riserva in quanto la opprime, è talmente tanto da non permetterle di respirare, la riempie talmente tanto da risultarle persino nauseabondo, per lei che è unica nel suo genere, forse anche troppo unica. Una bambina a cui non è stato ad amare, benché fosse nata nell’epoca dell’amore …  

Charles Bovary: Charles al contrario della moglie non è per nulla innamorato dell’amore, ma della tenerezza che gli suscitano i piccoli gesti di Emma, quelli che lei proprio non sopporta. Senza Charles, Emma però non esisterebbe, Charles, infatti, e la sua valvola di sfogo ed una volta appurato che non poteva essere il suo grande amore non gli rimaneva che riporre su di lui le tristi apprensioni di una madre. Ci rendiamo conto che Charles è soggetto sempre alla volontà di Emma. Un uomo senza ambizioni, che viene usato come pretesto dalla moglie che adora, o forse è portato solo subdolamente ad amare; per giustificare gli errori compiuti nel corso della sua vita. Ma se lui non è influente sulle decisioni della moglie ed è solo un suo sottoposto che si accontenta della mediocrità, può essere vero anche il contrario e cioè che sia Emma a tappare implicitamente le ali al povero Charles. Questa per convenzioni sociali e per poter migliorare la sua condizione sociale lo sprona a cose nuove di continuo, ma Charles sa in cuor suo che quello sporadico interessamento non è dettato dall’amore  né tantomeno da un minimo di simpatia ma solo dall’enorme egocentrismo di Emma. I n conclusione volendo contare quante volte compare sulla carta il nome di Charles  e  quante volte quello di Emma; quello di Emma prevale sempre persino in una parte di testo che dovrebbe parlare di lui.  

Giudizio finale: “Madame Bovary”, il libro, in cui si reperisce tutta la forza che l’uomo può generare, nella sua immensa fragilità. Emma riesce a raccogliere tutto quell’oblio, che nasconde la vita, dietro la sua falsa misericordia, tutti quegli ideali che reputiamo provincia lotti, ma nei quali crediamo- con un po’ di vergogna- fermamente. La futilità delle cose materiali, ma anche l’incredibile gioia che ci possono donare, qundo sono legati a gesti, parole noi familiari; ma anche legati semplicemente alla loro forma, alla loro bellezza. Ti riempie e ti svuota allo stesso tempo, ti colma di pensieri , sogni, riflessioni, emozioni, sensazioni, colori, animo… e ti svuota di ogni favola, ti mette, in modo così subdolo la cruda realtà dinanzi, da riuscire infine ad ammaliarti , ha trascinarti nel suo incontrastabile vortice di follia e di amore. La storia segue quella logica, non logica, che la vita reale ci impone; allontana i “cattivi” pensieri per lasciare al loro posto un amaro sorriso, senza né capo, né coda, indefinito nella sua definizione senza fine. Una storia che ci propone ancora una volta, senza mai stancarci, quel romanticismo un po’ acre un po’ dolce capace di farci sognare, di farci pensare perché no, di farci anche soffrire un pochino senza però lasciarci troppo amaro in bocca. E agli stolti che non hanno compreso la grande, triste, rude ed elegante verità di questo libro o che lo hanno giudicato senza ritegno, che hanno pensato alla piccola, dolce, tenera Emma come ad una disillusa egocentrica; sappia che ha pienamente ragione perché è questo sì, ma molto altro ancora. Qualcosa che non tutti hanno la capacità di comprendere appieno senza giudicare in modo spietato: in ogni storia ci sono due versioni; quella che tutti possono vedere con facilità, e quella che si fatica un po’ di più a riconoscere, perché fa parte del nostro lato oscuro, quello che ci sforiamo in ogni modo di nascondere, ma che probabilmente più di una volta dovrebbe uscire allo scoperto.     

E quindi vi lasciamo con una frase celebre di Flaubert stesso: "Madame Bovary nè c'è pas moi Madame Bovary c'è tout nous" 

Buona lettura Casmi & Rosbì.

giovedì 10 marzo 2011

Dalla libreria di Casmi & Rosbì: Recensione di "Marina" di Carlos Ruiz Zafon


Titolo: Marina
Autore: Carlos Ruiz Zafòn
Genere: romanzo
Lingua originale: spagnolo
1^ edizione originale: 1999
1^ edizione italiana: 2009
Casa editrice italiana: Mondadori
Pagine: 308
Prezzo: circa 19,50 €


Trama: Il protagonista, scomparso dal mondo e dal tempo per una settimana, ci racconta la una storia... Barcellona, fine anni Settanta. Oscar Drai è un giovane studente che trascorre gli anni della sua adolescenza in un cupo collegio della città, dal quale però, ama spesso allontanarsi per smarrirsi in quell'agglomerato di strade, persone e soprattutto storie che Barcellona custodisce a quell'epoca. Ed è proprio vagando senza meta, o forse con una meta ben precisa che neppure lui conosce, che Oscar si ritrova dinanzi ad una villa abbandonata di splendida bellezza, dove ode dall'interno un antico grammofono che suona un'ammaliante canzone per voce e pianoforte, così Oscar entra e trova un orologio... Ma nel momento in cui si accorge di non essere solo in quella casa che abbandonata forse non era, sottrae l'oggetto e scappa, sopraffatto da un gesto che risulta inspiegabile a lui per primo. Qualche giorno dopo, tornando sui suoi passi per restituire il maltolto, Oscar incontra la giovane Marina e il suo enigmatico padre, il pittore Germàn. E niente per lui sarà più come prima...

Considerazioni: Zafon, maestro delle ambientazioni gotiche, innamorato della città di Barcellona, ci porta ancora una volta con lui per condurci in un'affascinante viaggio fra vicoli e passati nascosti agli sguardi delle persone. Una Barcellona che si erge sopra tutti i personaggi con i suoi sentieri, teatri abbandonati; diventa attrice principale della storia. "Marina" si legge d'un fiato, ti coglie dritto al cuore e poi se ne va, lasciandoti un dubbio: su Oscar, su Marina, su German, sull'intera storia... Perchè proprio come dice una celebre frase del romanzo "Ricordiamo solo quello che non è mai accaduto" e così sorge spontaneo chiedersi: Ma davvero tutto quello che ho letto, l'ho letto davvero? Come lo devo interpretare? Dove mi ha portato?
Interessante che all'inizio del libro si trova una lettera di Zafon stesso, che ci presenta Marina come il suo libro preferito, la sua opera del cuore. Un lungo racconto, colmo di pathos che si concentra nella realtà di più vite, il tempo veloce ma scandito da descrizioni attente e mai stancanti, dalla prima all'ultima pagina non è possibile staccare gli occhi da questo libro senza conoscerne tutti i segreti, senza conoscerne le storie che nasconde con cura fra righe di inchiostro e parole non dette...

Buona lettura da Casmi e Rosbì ^^

martedì 15 febbraio 2011

Il Canzoniere secondo Casmi & Rosbì

Ok ci siamo.
Sipario.
Luci.
Benvenuti alla prima puntata del Casmi and Rosbì Show!
Vi avevamo già annunciato che non ci stiamo tanto con la testa e che la maggior parte delle cose che diciamo rasentano il folle (diciamo piuttosto che sono frutto di un rielaborazione critica, individualistica, attualizzante), bene eccovene un primo esempio.

A scuola stiamo studiando il Petrarca, poeta del dissidio per eccellenza, che con i suoi infiniti tormenti interiori finisce con l'angosciare anche tutti i poveri studenti che si accingono ad approfondire le sue opere letterarie. Lo ricordiamo soprattutto per il Canzoniere (ironia delle sorte il poeta la considera come un opera minore, al contrario degli autori post-petrarcheschi che sono arrivati addirittuta divinizzare quel un mucchio di sonetti in scritti volgare), una raccolta di poco meno di 300 poesie, all'interno delle quali non fa altro che parlare di ''Madonna'' Laura, il suo grande amore, che di fatto non si curava assolutamente di lui. E volete sapere un'altra cosa? (non credo abbiate scelta) Persino dopo la morte di questa poverina, che per quante volte è stata menzionata dal Petrarca le orecchie le stanno ancora fischiando, non si rassegna e continua a scrivere di lei. Gli studiosi dicono sia per la passione e il dolore del sentimento che lo attanagliavano, Casmi e Rosbì sostengono invece, per il tipico orgoglio proprio di tutti i maschi.
Altra tematica centrale Rerum vulgarium fragmenta (titolo orginale dell'opera, perchè secondo il nostro poeta il latino faceva più figo) è il desideiro di Petrarca di conciliare le cose materiale (l'amore per Laura) con l'ascesi mistica. Egli infatti, conformemente con gli altri scrittori dei secoli precedenti, in parte ancora intrappolato nell'angusta realtà del Medioevo, vorrebbe avvicinarsi a Dio, ma non riesce in alcun modo a rinunciare alla gloria, agli onori e alle passioni, ed è proprio per questo il suo animo è così travagliato. In particolar modo egli vorrebbe imprire alle cose terrene, caretterizzate da un'imminente precarietà, l' eternità immutabile e perfetta delle cose divine. Qunato è bello Petrarca.... ! Crede sul serio che sia possibile avere tutto? Ma quando è nato, ieri per caso? (in effeti si, ma che differenza fanno otto secoli?!) Che povero esaltato...
(Dai non esageriamo, quel poverino probaiblemnte ci stava male sul serio!)

Ps: Ragazzi naturalemnte scherziamo... Siamo due grandi amanti delle letterarura, e infatti concordiamo con il Petrarca con la sua affermazione circa le lettere. A suo parere la dimensione più importante della cultura è quella umanistico-letteraria, nella quale si compendiano i più alti valori umani...  Perciò l'unica chiave attraverso la quale si possono leggere queste righe è quella l'ironia, unico mezzo di sopravvivenza di noi liceali! Speriamo che la nostra strampalata interpretazione del Canzoniere vi sia piaciuta...
Alla prossima Casmi & Rosbì